Conclusione della perizia tecnica riguardo l’incendio della Thyssen Krupp, redatta dal prof. ing. Massimo Zucchetti ordinario di “sicurezza e analisi di rischio” presso il Politecnico di Torino:

Lo scrivente si stupisce come l’evento incidentale che ha causato la morte dei sette operai si sia verificato con tale ritardo, viste le condizioni in cui funzionava l’impianto, ovvero in palese violazione con ogni norma di sicurezza. Tutto quanto era umanamente possibile per rendere probabilissimo il disastro era stato fatto o omesso dall’azienda con incredibile e costante pervicacia. Una volta partito, la dinamica dell’evento incidentale è stata inevitabile, dati gli strumenti e la formazione dati agli operai a quali nulla si può imputare se non l’aver accettato, per non perdere il posto di lavoro, di lavorare in un impianto in simili condizioni”

Nel dettaglio:

Da quanto riportato dai fatti e dalle testimonianze si può riassumere quanto segue:

  • La linea 5 funzionava in perenne palese violazione delle norme di sicurezza relative agli impianti a rischio di incidente rilevante, in quanto – ad esempio – in costante presenza di olio sul fondo dell’impianto, di residui di carta oleati ovunque, di fiamme libere e piccoli incendi praticamente costanti, in mancanza di squadre antincendio addestrate, con gli estintori scarichi, eccetera.
  • La linea 5 funzionava oltre i normali regimi per sopperire a richieste pressanti di produzione non ottemperabili dal solo stabilimento di Terni. Gli operai erano costretti a turni straordinari massacranti.
  • La linea 5 presentava evidenti malfunzionamenti dovuti ad usura e scarsa manutenzione, primo tra tutti le perdite di olio, e i frequenti guasti di tipo elettrico e meccanico.
  • I vigili del fuoco, gli addetti ai gruppi di lavoro sulla sicurezza, i periti dell’assicurazione avevano ripetutamente raccomandato nel recente passato l’adozione di un sistema automatico di spegnimento per la linea 5, in conformità a quanto previsto per impianti soggetti a rischio rilavante di incendio come quello in esame. Questa raccomandazione, adottata per analoghi impianti presso altri stabilimenti della ditta, era stata disattesa e posposta, in quanto la linea stava per essere chiusa e trasferita a Terni entro breve.
  • La manutenzione sulla Linea 5 era insufficiente ed era peggiorata nell’ultimo periodo, in vista della prospettata chiusura entro breve tempo. Le squadre di manutenzione si erano ridotte e le frequenze degli interventi riguardavano per lo più la riparazione di guasti. Ancora, la sostituzione di alcuni pezzi meccanici non avveniva con il montaggio di pezzi nuovi ma con recuperi da altre linee o spostamenti sulla linea stessa.
  • Le squadre di sicurezza e antincendio erano insufficienti o inesistenti, erano costituite da personale che non aveva completato (in nessun caso, neppure una persona) l’addestramento antincendio previsto dalla legge. Le procedure di emergenza e antincendio erano carenti e l’intero apparato di sicurezza al riguardo era in patente violazione con le prescrizioni di legge.
  • Gli operai della linea 5 dovevano frequentissimamente intervenire con estintori manuali per spegnere incendi che continuamente si formavano sulla linea, senza sospendere la produzione, in violazione con il loro mansionario e le procedure.
  • In caso di incendio di “grave entità” la procedura prevedeva non già l’immediato appello dei VVFF, ma la composizione di un numero di telefono per la chiamata della squadra antincendio, peraltro inadeguata in quanto non formata con appositi corsi completi e sprovvista di mezzi adeguati di spegnimento.
  • Non vi era alcuna prescrizione o specifica scritta o procedurale che indicasse quando un incendio era di “grave entità”. Le indicazioni dell’azienda erano di provare a spegnere con ogni mezzo l’incendio da parte degli operai con gli estintori prima di dare l’allarme.
  • Era fortemente radicato il concetto per cui si doveva sopperire a qualsiasi problema evitando di interrompere la produzione. I pulsanti di emergenza non dovevano mai venire azionati per evitare la interruzione della produzione. Gli operai avevano ricevuto espresse indicazioni al riguardo dall’azienda. Emerge chiaramente, anche dall’analisi di alcuni incidenti, che vi era la indicazione generalizzata ad affrontare situazioni di rischio particolarmente elevato in modo autonomo e non in ottemperanza alle misure di sicurezza, che non erano state comunicate ai lavoratori.
  • Il pulsante di emergenza non toglie l’alimentazione elettrica alla pompa oleodinamica , quindi l’olio rimane sempre in pressione fino ai banchi valvole anche in caso di attivazione dei pulsanti di emergenza. Anche la pressione di questi pulsanti, fortemente sconsigliata dall’azienda per non interrompere la produzione, non avrebbe evitato comunque l’incendio e l’incidente.
  • I sistemi individuali di spegnimento (estintori) erano al momento dell’incidente per la maggior parte scarichi o inutilizzabili.
  • Nessuno dei presenti all’incidente aveva ricevuto alcuna formazione specifica sul tipo di intervento da effettuare e sulle procedure da seguire in caso di un incendio di tale entità.
  • Si erano verificati nel recente passato eventi incidentali analoghi presso altri stabilimenti dell’azienda, senza che nessun rimedio venisse adottato a seguito di questi incidenti sulla linea 5.
  • Alcuni sistemi di sicurezza automatici che segnalavano la presenza di carta spuria (costituente grave pericolo) nell’impianto a seguito di malfunzionamento erano al momento dell’incidente esclusi manualmente o addirittura guasti, in palese contrasto con le norme di sicurezza.
  • Nel luogo ove si è verificato l’incendio non vi era sistema automatico di rilevazione incendi

La relazione è stata depositata il 28 aprile. Scrive il prof Zucchetti, che ha pubblicato la relazione su Metropolis e sulla sua pagina in Facebook: “Ho inviato lo stesso giorno il sunto della mia relazione, una pagina e mezzo chiara e pesante come il piombo, ai seguenti quotidiani italiani: Repubblica, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, Il Mattino, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Secolo XIX, Il Giornale, Leggo, Metro, Corriere della Sera, Il Tempo, L’Unità, Il Manifesto, L’Indipendente. Anche altri che ora non ricordo, ma questi i principali. Il sunto è scritto in linguaggio non tecnico ed è chiaro e duro come il cristallo. Nessuno di questi giornali ha reagito in alcun modo al mio invio. Soltanto il Manifesto, grazie alla presenza di un giornalista mio amico personale, ha promesso di pubblicare un articolo“.

“Ho parlato con gli operai Thyssen” aggiunge Zucchetti “ed ho cercato di spiegare loro la situazione: la situazione è che il giornalismo in Italia è ostaggio – salvo rare eccezioni – di una conventicola di servi, mestieranti ed autocompiaciuti, ignoranti ed inutili se non dannosi, indegni comunque di esercitare una professione tanto importante come quella di giornalista“.

Marco Pratellesi del Corriere riporta sul suo blog il “Murdoch pensiero” sul futuro dei giornali e dell’informazione. Al di là del giudizio che si può dare del noto magnate australiano, le sue sono opinioni condivisibilssime.

Oggi i lettori vogliono quello che hanno sempre voluto: una fonte nella quale possano credere. Questo è sempre stato il ruolo dei grandi quotidiani nel passato e questo ruolo renderà i giornali grandi anche nel futuro”.

“Troppi giornalisti hanno un piacere perverso nel rimuginare sul loro incombente decesso” – avverte l’editore di 20th Century Fox, Fox News Channel, Sky Broadcasting, Dow Jones and MySpace – “ma io credo che i giornali conquisteranno nuove vette nel XXI secolo perché le persone adesso sono perfino più affamate di informazione di quanto non siano mai state in passato”.

Anche a me piacciono i quotidiani, ma il nostro business reale non è stampare. Il nostro business è dare ai lettori grande giornalismo e grandi opinioni. E’ vero: nel prossimo decennio la versione stampata di alcuni giornali perderà copie. Ma se i giornali sapranno dare ai lettori notizie credibili e autorevoli noi vedremo nuovi incrementi nella circolazione attraverso le nostre pagine web, i feed Rss, le newsletters personalizzate per i lettori e i cellulari”.

Murdoch è certamente un furbone -non sarebbe arrivato dov’è ora- ed ha sicuramente la vista lunga, anche se si potrebbe dire che predica bene ma razzola male. Ma almeno ha le idee chiare sul futuro, e non è poco.

Dovrebbe essere infatti evidente che col proliferare dell’informazione on line si rende necessaria più che mai una “guida” in questo mare magnum di notizie: a questo serviranno i giornali capaci di confrontarsi non solo col nuovo modo di fare informazione ma anche coi lettori. E i giornalisti dovranno non solo fornire le notizie ma anche, e direi soprattutto, aiutare a capirle. Non mi serve a niente sapere che due aerei dirottati hanno buttatò giù le Twin Towers e hanno fatto 3000 morti: voglio capire perché, cosa c’è dietro, sotto, sopra e davanti.

I blogger non sostituiranno i giornalisti o il giornalismo, è ridicolo solo pensarlo, così com’è assurdo pretendere da loro quell’autorevolezza che neppure gli stessi giornalisti, professionisti dell’informazione, spesso non hanno. I bogger però faranno, questo sì, sempre più le pulci a quanto viene pubblicato. Ed è questa la grande svolta nell’informazione del futuro. Non ci sarà più un pubblico passivo che si beve acriticamente qualsiasi notizia. I giornalisti dovranno far meglio il loro lavoro, dovranno abituarsi a stare molto più attenti, dovranno cioè stare più attenti, più che ai loro “editori di riferimento” (cit. Vespa), ai loro lettori, considerare cosa pensano e cosa vogliono, confrontarsi con loro. L’informazione non sarà più monodirezionale ma bidirezionale, si dovrà creare un rapporto di simbiosi in cui i due soggetti traggono dalla loro stretta relazione un beneficio reciproco.

Questo almeno in teoria. Pratellesi nel suo articolo non commenta le opinioni di Murdoch. E forse non è un caso, infatti per commentare l’articolo di Pratellesi sul blog bisogna registrarsi sul Corriere. La solita solfa: nickname, password, indirizzo e-mail, data di nascita, sesso, provincia. Dati obbligatori. Ma perché? In cambio di cosa? Ecco la motivazione: “Compilando i pochi campi richiesti, sarà possibile lasciare commenti agli articoli, ai blog e ai forum, ricevere gratuitamente le newsletter e partecipare ai concorsi di Corriere.it“. E capirai. Insomma cascano le braccia, siamo alle solite. Nell’era del villaggio globale i giornali italiani ragionano ancora guardando al loro piccolo giardinetto, perfino recintato, nel quale fare entrare i lettori agitando gli specchietti e le collane di perline.

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