Muore il popolo che non conosce la guerra

agosto 17, 2006


Gli Inuit sono circa 50.000 e abitano la Groenlandia. E’ un popolo che sta scomparendo nell’indifferenza generale.

Una civiltà giunta al capolinea, dove un senso crescente di alienazione spinge molti all’alcol e al suicidio. «Guardali» dice Robert Peroni, un italiano che a loro ha dedicato la vita, indicando un gruppo di inuit gettati a terra accanto all’unico negozio di Tasiilaq. Completamente ubriachi, sono stesi sul marciapiede tra decine di lattine di birra. Intorno i bambini giocano rincorrendosi, ogni tanto si avvicinano ai genitori, li scuotono, poi, non ricevendo risposta, riprendono a giocare. I ghiacci che invadono il fiordo lanciano un bagliore accecante fra le casette colorate del villaggio, mentre, dietro, le montagne formano una spettacolare scenografia per questa ennesima rappresentazione della miseria.

«È una scena che al sabato sera si ripete nella maggior parte dei villaggi della Groenlandia» continua Peroni risalendo la stradina che dal porto conduce alla Casa Rossa. Intorno le mute dei cani da slitta cercano un po’ di frescura sulle ultime chiazze di neve. «E questa è solo metà del problema. L’altra metà sono i suicidi. Giunti a 18-20 anni, molti ragazzi si impiccano. Può accadere che in un villaggio di 100 abitanti ci siano 6-7 suicidi l’anno. Se questi dati interessassero le grandi città europee o americane, sarebbe allarme rosso. Qui invece tutto continua nella massima indifferenza».

Originario di Bolzano, Robert Peroni ha una sessantina d’anni. Ha studiato medicina, ha fatto la guida alpina e l’esploratore finché, 24 anni fa, decise di impartire una svolta alla propria vita. «Dall’Himalaia al Sud America, avevo compiuto molte spedizioni nei luoghi più disparati del pianeta» ricorda. «Poi, quasi per caso, sono capitato in Groenlandia e quest’isola mi ha stregato».

Con i suoi oltre 2 milioni di chilometri quadrati di estensione, la Groenlandia è l’ultima terra selvaggia del pianeta. L’85 per cento della superficie è sommerso sotto un immenso ghiacciaio, residuo delle calotte che nel Quaternario ricoprivano l’emisfero boreale.

Nei lunghi mesi di buio, durante l’inverno trascorso a Sermiligaq andando a caccia con gli inuit, Robert scoprì anche i problemi del popolo che abita in questo paradiso selvaggio. «Il mondo occidentale non è ancora riuscito ad alterare questi luoghi, perché sono troppo remoti e ostili. Ma gli inuit avvertono che la loro civiltà è giunta al capolinea. È questa cieca pulsione autodistruttiva che li sospinge verso l’alcol e il suicidio. Il loro è un mondo arcaico che non ha prospettive. Se vanno a scuola, perdono il senso animalesco della caccia senza diventare veri occidentali. Se invece continuano a cacciare, restano confinati in un universo premoderno che li condanna all’emarginazione».

Di origine siberiana, arrivarono qui 5 mila anni fa, con uno dei flussi della grande migrazione che, passando attraverso lo Stretto di Bering, colonizzò, dall’Alaska al Canada, i territori più settentrionali del continente americano. Vivono in piccole comunità di 2-300 persone, in quel 15 per cento della Groenlandia non coperto dai ghiacci. Parlano l’inuktitut, che vuol dire tautologicamente «alla maniera degli inuit», una lingua stranissima che costruisce le frasi aggiungendo una serie di suffissi alle parole. Non sanno cosa sia un albero, perché sulla loro terra crescono solo muschi. Non hanno mai combattuto una guerra, nessuno ricorda neppure una battaglia. Sono animisti e praticano caccia e pesca.

«Hanno un grande rispetto del prossimo», dice Peroni. «Loro ascoltano la tua opinione e poi dicono la loro, non accade mai che ti contraddicano. Per gl Inuit l’idea del futuro non esiste, al massimo arrivano all’anno prossimo: vivono il presente, giorno per giorno, abituati da generazioni a sopravvivere con la caccia. L’idea di accumulare delle riserve non li sfiora, cacciano il necessario per vivere una settimana. A che scopo cacciare più di quel che serve? E’ tutto a portata di mano. Noi uomini bianchi siamo considerati dei pazzi. Lavoriamo tanto per un anno intero per poi fare due o tre settimane di ferie. Loro le ferie le fanno tutti i giorni: oggi, questa mattina, adesso. Hanno il tempo. Ma non c’è spazio per loro in questo mondo. Moriranno. E non lasceranno traccia».

2 Responses to “Muore il popolo che non conosce la guerra”

  1. casper Says:

    Non ne sapevo nulla, ti ringrazio per averne parlato. Ho dato un’occhiata negli archivi di Survival, che si occupa di questi problemi ed è in prima linea nella difesa delle minoranze culturali, ma in linea generale anche loro ignorano l’argomento. Qualche cenno agli Innu del Canada, ma nulla sugli Inuit. Proverò a inoltrare una segnalazione, è quantomeno strano che non abbiano nemmeno sfiorato la questione.

  2. aghost Says:

    casper puoi trovare riferimenti utili cercando in rete “robert peroni”, l’italiano che sta tentando di dar loro una mano sviluppando un po di turismo sostenibile, l’unico modo, pare, per farli sopravvivere decorosamente…

    è stato intervistato di recente su radio24
    qui puoi ascoltare la trasmissione
    http://www2.radio24.ilsole24ore.com/linea24/linea24_130904.htm
    http://www2.radio24.ilsole24ore.com/real/linea24_130904.ram


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