Henri Cartier-Bresson

marzo 16, 2008

Henri Cartier-Bresson (1908-2004) è, insieme ad Ernst Haas, tra i miei fotografi preferiti. E’ considerato il padre del foto-giornalismo.

HCB non era il solito fotografo stracarico di macchine fotografiche e obbiettivi, che arriva di corsa e ti spara una raffica di scatti in faccia. Era una persona assai discreta che non amava dare nell’occhio: per molti anni, anche quando era diventato famoso, esistevano pochissime fotografie sue e quasi nessuno sapeva che faccia avesse.

Per essere più “invisibile” usava una Leica a telemetro con un 50 mm, l’obiettivo normale. Questo gli permetteva di passare inosservato e di intrufolarsi in quelle situazioni da cui ricavava quelle straordinarie istantanee che lo hanno reso famoso. Immagini di straordinaria eleganza dove si mescolavano potenza espressiva, originalità, ironia, mistero, curiosità, umorismo, astrattismo, quotidianità, surrealismo.

L’apparecchio fotografico è per me un quaderno per gli schizzi, lo strumento dell’intuizione e della spontaneità, la guida dell’istante che, in termini visuali, interroga e decide al tempo stesso. Per significare il mondo, è necessario sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità e senso della geometria.

E’ con un’economia di mezzi e soprattutto dimenticando se stessi che si arriva alla semplicità d’espressione. Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà convergono per captare la realtà che scorre; è allora che cogliere un’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto. E’ mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. E’ un modo di vivere”.

Henri Cartier-Bresson

Segnalo quindi a Sansepolcro (Arezzo) la mostra Henri Cartier Bresson – Mexican Notebooks, un’esposizione che giunge in Italia per la prima volta. E’ un reportage sul Messico, uno spaccato di vita colto nella sua cruda e sincera immediatezza: la povertà dei bambini vestiti di stracci, la dignità dei contadini nei campi aridi, la prostituzione, la morte, la ricchezza ostentata della nobiltà, la passione di due corpi avvinghiati tra le coperte.

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