Bruciano vivi nell’olio, l’azienda gli chiede i danni

luglio 1, 2008

Umbria Olii, l’azienda che nel 2006 ha avuto un incidente nel quale sono morti 4 lavoratori bruciati vivi, ha intentato causa ai famigliari chiedendo un risarcimento di oltre 35 miloni di euro.

Sembra incredibile eppure è cosi. Non posso sapere ovviamente come siano andati i fatti: può anche essere, come ha sostenuto il legale dell’azienda, che gli operai che hanno scatenato l’incendio che li ha uccisi abbiano sbagliato. Tuttavia bisognerebbe forse chiedersi perché succedono questi incidenti, perché gli operai, “per fare prima“, corrono talvolta rischi mortali. Per guadagnare qualche lira in più da aggiungere allo stipendio da fame, o per avere il contratto rinnovato. Ma che vita è questa? Morire per lavorare, morire per 1000 euro al mese? Formalmente l’azienda potrà anche avere ragione, moralmente no, e la richiesta danni ai famigliari mi sembra una cosa francamente indecente. Leggete la lettera di Lorena Coletti, sorella di Giuseppe, morto nell’incendio.

Ho scritto una mail alla Umbria Olii: soggetto “vergogna”, firmata con nome e cognome, città. Se condividete quanto scritto, fatelo anche voi: umbriaolii@umbriaolii.com.

Boicotterò inoltre, nel mio piccolo, anche la società del Gruppo Olivella. Se volete farglielo sapere, la mail è info@olivellaline.com.

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17 Responses to “Bruciano vivi nell’olio, l’azienda gli chiede i danni”

  1. stargazer Says:

    Io vorrei sapere chi consiglia alle aziende azioni del genere. La risposta però la so già. La immaginate la percentuale degli avvocati se solo l’azienda prendesse anche una piccola parte del risarcimento chiesto?

  2. aghost Says:

    non lo so, può darsi. Ma come possono pretendere 35 milioni di euro dai famigliari di 4 operai che pigliavano poco piu di mille euro al mese?

    Questo sistema fa schifo, le persone sono trattate alla stregua di bestie da soma

  3. Luca Rosso Says:

    Ok, questo dal punto di vista formale. Sono però convinto che se giustamente strumentalizzata, questa vicenda potrà servire per migliorare le condizioni di lavoro e sopratutto di attenzione. Il lavoro è una cosa seria come la vita stessa. Tante volte ho visto persone far tardi la notte ed il mattino presto alzarsi per andare a lavoro. I contadini che lavorano per loro stessi non stanno in giro a far bisboccia, si alzano presto e non fanno passi più lunghi della gamba. Cosa vale qualche euro in più quando si mette a rischio la vita e la si perde?? 35 milioni di euro è la cifra chiesta, congrua con il valore perso. Sono d’accordo con il fatto che non abbia senso ma d’altronde se fosse stata l’azienda a sbagliare come in Tissen a Torino cosa sarebbe capitato? Quando vale fare il confronto fra le due situazioni solo perché uno ha i mezzi l’altro no? Credo che finché si lasceranno correre certe situazioni, nel mondo del lavoro come in politica ci saranno sempre problemi: gli italiani mi hanno eletto dunque mi perdonano le malefatte ammesso che le abbia fatte dunque non posso esser giudicato nemmeno per giunta da un sistema che potrebbe esser compromesso. Se gli operai chiedessero il giusto e le giuste condizioni, a costo di non fare il lavoro e le aziende non si approfittassero delle situazioni di disagio. Quanti se e quanti ma. Ho visto gente non entrare a scuola per mancanza di riscaldamento in questi anni di inverni estivi ed altra intabarrata con il muro crivellata dai proiettili senza riscaldamento e fuori la neve stare china sui banchi e imparare. Siamo umani e possiamo solo sbagliare. Sbagliare e tenere gli occhi aperti. Lavorare con buon senso. Oggi ho sentito una considerazione importante: come si fa a lavorare in cantiere con il casco senza maglietta per il caldo? Se cade un carico il casco cosa fa? Evita un trauma sulla testa d’accordo ma non converrebbe forse fare attenzione sia chi tiene sospeso il carico che chi sta sotto? L’attenzione però non basta, dunque bisogna vestirsi, carrozzarsi e fare attenzione. Se uno lavora con il cannello in un ambiente altamente infiammabile per far prima… e ci sono gli avvisi, ma non li legge per far prima… non so che senso abbia. Come se ad ogni avviso di Windows clicco si per far prima, non capisco, sono stanco, fa caldo, non ho voglia di leggere. Chiederei i danni a chi salda con il cannello in quegli ambienti piuttosto che ai familiari, ma siamo umani e dunque imperfetti. Direi in giro: non fare cazzate o oltre a pagare te pagheranno anche i tuoi familiari. D’altronde bene si fa ad agire da consumatore: il tizio ha pagato con la vita la cazzata, così come molti sulle strade il sabato sera, azienda non infierire oltre sui familiari. L’azienda però deve tutelare il proprio lavoro come l’operaio, se comincia a lasciar passare e così farebbero tutte le aziende, calerebbe l’attenzione intrinseca che ci mette l’operaio. Questo esercizio filosofico per dire: non importa se quando ti svegli sarai ghepardo o gazzella, quello che conta è correre, correre, correre ma visto che non siamo animali facciamo più attenzione gli uni agli altri. Perfetto, ora che ho creato questa bella confusione sentite qui come concludo: nessuno dovrebbe essere azienda grossa in modo da non avere operai e dunque grane… così mi ha detto il babbo di una amica.
    Non sono d’accordo. 35 milioni è la cifra chiesta ed è giusto, giusto sarebbe anche se l’azienda poi grazie a noi consumatori non li prendesse veramente, in fondo la vita è la cosa più preziosa che c’è e uno stabilimento non si rimette in piedi prendendo soldi dove non ce ne sono cioè rovinando una altra vita.
    Buon lavoro ;-)

  4. Tommaso Says:

    La cosa triste non è tanto che l’azienda richieda una cifra simile per un danno causato (a quanto sembra) da alcuni operai, poi morti in quel tragico incidente, ma che il sistema legale italiano lo permetta!!!
    Certe cause andrebbero bloccate come insensate, direttamente al momento della presentazione!!!
    Anche perchè se la colpa è degli operai, la causa sarebbe penale, ma gli operai sono morti e quindi NESSUN FAMILIARE può prendere quella colpa e di conseguenza risarcire il danno.
    Sarebbe come chiedere i danni ad Alessandra Mussolini per le colpe del nonno…

  5. frap1964 Says:

    Da qualche mese seguo corsi in azienda in materia di sicurezza sul lavoro, essendo stato nominato ASPP (Addetto Servizio Sicurezza e Protezione). Sono corsi obbligatori sulla base della ex-626, ma grazie al solito sistema dei “decreti attuativi”, di fatto il limite ultimo per dare inizio a questi corsi nelle aziende era… il 14 febbraio 2008. Tanto per rendersi conto… la legge 626 è del 1994. L’ultimo governo Prodi ha infine prodotto il Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro da pochissimo entrato in vigore e che di fatto è un bel cut & paste della 626 + tutti i provvedimenti collegati antecedenti e conseguenti, con qualche modifichina fatta qui e là e una sostanziale rivisitazione dell’apparato sanzionatorio (che è piuttosto pesantuccio, per i datori di lavoro, i dirigenti ed i preposti alla sicurezza).
    Ciò detto, in breve la cosa funziona così per la 626: l’azienda dovrà dimostrare di aver
    a) valutato i rischi connessi al tipo di lavorazione e di averli documentati per iscritto;
    b) a fronte dei rischi di aver messo in atto opportune procedure operative di sicurezza;
    c) di aver informato i lavoratori dei rischi conseguenti e delle procedure da mettere in atto e questo a prescindere dal fatto che i lavoratori fossero dipendenti e/o terzisti; in particolare dovrà dimostrare di aver consegnato ai suddetti lavoratori il documento di valutazione dei rischi e spiegato le corrette procedure da mettere in atto;
    d) di aver in ogni caso vigilato sulla corretta applicazione delle procedure, poichè in ogni caso questa è sempre responsabilità del committente, il quale deve obbligatoriamente individuare, anche per le attività di terzi, il cosidetto preposto alla sicurezza.
    Sul piano formale-legale la cosa funziona così, quindi a meno di palesi e marchiane violazioni da parte dei lavoratori… e la vedo un po’ dura per l’imprenditore la possibilità di ottenere quei soldi.
    Forse è solo una manovra consigliata da qualche avvocato per tentare di alleggerire la posizione del datore di lavoro sul piano penale e/o evitare o rispondere alla costituzione di parte civile di qualcuno.
    Comunque ai 35 ci si arriva, secondo quanto leggevo, per almeno una 20 di danni conseguenti a limitazione dell’attività produttiva, 2 per danni d’immagine, 5 per danni non patrimoniali (27 su 35 così).

  6. frap1964 Says:

    Sull’atto giudiziale è dichiarato che ci sarebbero stati cartelloni e avvisi anche sui silos che facevano espresso divieto dell’uso di saldatrici e simili.
    In ogni caso, ancorchè il lavoro fosse in appalto, e la modalità esecutiva concordata diversa da quella poi messa in atto, il datore di lavoro aveva comunque l’obbligo di vigilare sulla corretta applicazione delle norme di sicurezza, anche nominando una persona di sua fiducia (il cosidetto preposto alla sicurezza). Dovrà inoltre dimostrare di aver effettivamente informato sui rischi (non bastano i cartelli). Naturalmente l’unico modo possibile per fare ciò è aver consegnato il documento di valutazione dei rischi ed essersi fatti firmare una ricevuta di presa in carico.
    Cosa che praticamente non fa nessuno… però in teoria funziona esattamente così.

  7. aghost Says:

    ma come farebbero i famigliari a pagare 35 milioni di euro? è impossibile…

  8. Luca Rosso Says:

    Ora capisco: 35 milioni sono un pro forma per pararsi il fondoschiena secondo certi avvocati. Con tutto ciò che ne consegue.

  9. frap1964 Says:

    Dalla newsletter del governo (fresca fresca)

    È stata istituita il 24 giugno 2008 una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro. La Commissione ha il compito di accertare, fra l’altro: – la dimensione del fenomeno, con particolare riguardo al numero delle cosiddette “morti bianche”, alle malattie, alle invalidità e all’assistenza alle famiglie delle vittime, individuando le aree in cui il fenomeno è maggiormente diffuso; – l’entità della presenza dei minori, con particolare riguardo ai minori provenienti dall’estero; – le cause degli infortuni sul lavoro; – il livello di applicazione delle leggi antinfortunistiche e l’efficacia della legislazione vigente sulla prevenzione degli infortuni; – l’idoneità dei controlli da parte degli uffici addetti alla applicazione delle norme antinfortunistiche; – l’incidenza sul fenomeno della presenza di imprese che siano controllate (direttamente o indirettamente) dalla criminalità organizzata; – l’opportunità di proporre nuovi strumenti legislativi e amministrativi per prevenire gli infortuni sul lavoro. La Commissione riferisce al Senato annualmente, con singole relazioni o con relazioni generali, ed ogniqualvolta ne ravvisi la necessità; in occasione della terza relazione annuale, il Senato verifica l’esigenza di una ulteriore prosecuzione della Commissione.

    Fa abbastanza ridere, perchè basta andare sul sito dell’INAIL e leggersi i relativi rapporti per avere nozione di come stiano le cose. Quasi nessuno dice con chiarezza che almeno un terzo di quegli infortuni sono in itinere, che sono cioè semplicemente incidenti stradali che occorrono mentre uno va o torna dal lavoro e/o è fuori in missione.
    Peccato che gli infortuni domestici siano almeno 5 volte tanto l’anno, ma questo ovviamente non fa notizia. Comunque ciò che manca è la cultura della sicurezza sul lavoro: la maggior parte degli imprenditori la vedono semplicemente come un obbligo ed un costo aggiuntivo. Solo quando si rendono conto (ma ce ne vuole…) che in realtà la prevenzione paga anche dal punto di vista economico, allora cambiano (lentamente) idea. Oppure quando gli si spiega cosa rischiano effettivamente sul piano penale, anche per infrazioni “formali” non così gravi ed anche in assenza di incidenti.
    Comunque gli adempimenti formali e documentali sono effettivamente notevoli, me ne sto rendendo conto con ‘sti vari corsi che vado facendo (a proposito… giusto domani pomeriggio altre 4 ore di corso).

  10. aghost Says:

    frap, parli di cultura della sicurezza.. ma potevamo essere, noi che siamo il fanalino di coda in tutto in europa, essere all’avanguardia in qualcosa? L’unico primato che possiamo vantare come paese sono i telefonini, il che è tutto dire: primi nelle chiacchiere…

  11. frap1964 Says:

    Guarda che non siamo poi messi così male.
    Fatti un giro sul sito dell’INAIL e guardati le statistiche in Europa ed il confronto con l’Italia.
    Portogallo, Lussemburgo, Francia, Spagna, Germania e Belgio sono messi decisamente peggio di noi.
    Noi siamo sotto la media europea dei 15.
    La Spagna nel triennio 2003-2005 ha avuto il doppio dei nostri infortuni all’anno.
    Considera anche che la Spagna ha circa 45 mln di abitanti contro i ns. 59mln.
    Delle volte ci piace piangerci addosso anche senza reale motivo.
    Comunque ci sono ampi margini per migliorare. ;-)

    http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N670420288/OK%20DATI%20INAIL%20N3_2008.pdf

  12. aghost Says:

    si buoni i dati dell’inail.. e il lavoro nero dove lo metti? :DDD

  13. frap1964 Says:

    Veramente sarebbero dati di EUROSTAT… :-P

  14. Herr Doktor Says:

    la citazione è _evidentemente_: strumentale: basta considerare che hanno citato anche il gruista albanese che si è salvato perchè era – appunto – ai comandi della gru e si trovava lontano dal punto dove avvenivano i lavori (e quindi non poteva aver partecipato all’asserito intervento con la fiamma ossidrica) ….

    Per altre ragioni (esclisivamente giuridiche) anche la citazione dell’assicurazine è una barzelletta

    La questione della responsabilità dell’appaltatore, in astratto potrebbe (e magari dovrebbe) porsi, ma in nessuna parte della citazione viene anche solo menzionato uno dei documenti che (come ricorda frap) il committente deve redigere (Art.7 dlgs 626/94) per informare gli appaltatori dei rischi specifici presenti in cantiere —

    purtroppo nel rito civile il giudice non ha il potere di ‘cestinare’ simili schifezze

    quello che è triste è che vedove e orfani dovranno usare i soldi dell’assicurazione per pagarsi un avvocato e difendere quello che a loro rimane.


    h.d.


  15. La manovra è stata consigliata solo per sviare l’attenzione dal processo che vede il titolare dell’azienda indagato dalla procura di Spoleto per “omicidio colposo plurimo, aggravato dall’inosservanza delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro”. L’azienda sapeva che nei silos c’era gas esano (altamente esplosivo) e NON HA INFORMATO a dovere gli operai. Così risulta dalla relazione prodotta dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sugli infortuni sul lavoro effettuata presso la Prefettura di Perugia. Ma a parte i documenti io ragiono con il buon senso:

    se voi foste operai e SAPESTE di un silos contenente gas altamente infiammabile ed ESPLOSIVO, ci andreste a sfrugugliare con la FIAMMA ossidrica?

  16. aghost Says:

    be’, se si voleva “sviare” l’attenzione, non è stata una scelta molto azzeccata direi :)))

  17. gulliverstravels Says:

    L’italia è un paese assurdo. Mi vergogno di essere italiano.


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