Stop motion 1/3

giugno 23, 2009

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Quando ho iniziato a pasticciare con l’animazione, alcuni decenni fa, il sistema tradizionale era quello dello “stop-motion” (o passo uno). Vale a dire una cinepresa a passo singolo, cioé in grado di filmare un fotogramma alla volta invece di 16-24 al secondo. Mi ero comprato, dalla Russia, una possente Krasnogorsk 16 mm, copia della cinepresa Rollei, che veniva utilizzata comunemente nei tele o cinegiornali sovietici dell’epoca.

Il motore era rigorosamente a molla, una carica col “chiavettone” forniva un’autonomia di circa 20 secondi per volta, dopodiché il motore si fermava e occorreva un’altra ricarica. Una bobina di pellicola da 30 metri durava circa 10 minuti. Possono sembrare limiti gravi oggi, che siamo abituati a girare ore con le moderne videocamere, ma all’epoca erano più che sufficienti nel 70-80% dei casi.

Io utilizzavo la Krasnagorsk soprattutto per sperimentare il famoso “passo uno”, una tenica che si poteva far risalire addirittura ai primordi del cinema, ai primi trucchi di George Melies alla fine del 1800. Le animazioni possibili erano di due tipi: il cartone animato o l’animazione con pupazzi.

Per un cartone animato decentemente fluido, bisognava realizzare almeno 16 disegni per ogni secondo di film. Significa che un’animazione di 10 minuti richiedeva ben 9600 disegni! Un lavoro massacrante. Mi ero autocostruito un banco di animazione, un cassoncino di legno con una lastra di vetro e una luce all’interno, sopra al quale si posizionavano i disegni, bloccandoli con un registro e disegnando in trasparenza sui fogli di carta (gli acetati costavano troppo!).

Una volta realizzati i disegni, questi andavano filmati, uno alla volta, con la cinepresa a passo uno, ovvero scattando un fotogramma per ogni disegno. Durante la proiezione, con la pellicola che scorreva a 18 o 24 fotogrammi al secondo, si aveva l’illusione del movimento. Fare 16 disegni ogni secondo era già uno lavoro titanico: gli animatori del celeberrimo e inarrivabile Walt Disney, per dire, ne facevano 24 ogni secondo e per questo i loro cartoni erano così meravigliosamente fluidi.

L’alternativa al disegno animato era usare dei pupazzi. Di solito si utilizzava la plastilina, o il pongo. Il principio dell’animazione rimaneva invariato: ci volevano da 16 a 18 movimenti al secondo per eseguire un movimento decente. Vale a dire che se il nostro pupazzo doveva alzare un braccio, bisognava spostargli il braccio per 16-18 volte, dalla posizione di partenza a quella d’arrivo, e ogni volta scattare un fotogramma. Un lavoro spaventoso, in parte alleviato dal fatto che il pupazzo, a differenza dei disegni, una volta realizzato non bisogna rifarlo ogni volta ma muovergli solo le parti strettamente necessarie.

Questa faccenda della velocità della pellicola e della fluidità dell’animazione è presto spiegata: siccome la pellicola scorre nel proiettore alla cadenza fissa di 24 fotogrammi al secondo (una volta erano 18), se durante le riprese si fanno meno di 24 fotogrammi/sec il movimento in proiezione appare più veloce, se si scattano più di 24 fotogrammi/sec si ha il “rallentatore” (almeno 36 o 48 ft/sec).

Fare un lavoro del genere da soli, o anche diviso al massimo tra due o tre persone, risultava comunque pensatissimo. Infatti finiva sempre che i primi secondi di animazione erano abbastanza accurati, poi subentrava lo svacco e il pupazzo dopo i primi secondi di movimento flessuoso si muoveva a scatti come un paralitico.

Mai siamo riusciti a superare la durata di qualche minuto di animazione. Dopo alcuni giorni di lavoro intensissimo ci prendeva lo sconforto. Ma poi, vedere l’animazione creata da zero, sia pure di pochi traballanti secondi, era semplicemente entusiasmante [segue…]

2 Responses to “Stop motion 1/3”

  1. Stella Says:

    VEDERE VEDERE…..

  2. a.g. Says:

    c’è poco da vedere, le animazioni sono rimaste in qualche pellicola polverosa… all’epoca non c’erano i pc…


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