Alla fine il colpo da KO non c’è stato. McCain è partito all’attacco fin dall’inizio, ma Obama ha controllato la situazione parando i colpi con calma e autorevolezza. Il vecchio senatore repubblicano dopo la prima mezz’ora però s’è ammosciato, e il confronto è diventato piuttosto noioso, con continue citazione di cifre che per il grosso pubblico sono ormai prive di significato, pure astrazioni: chi è in grado di immaginare o quantificare i 700 miliardi di dollari del piano di salvataggio delle banche?

Stavolta i due contendenti erano seduti allo stesso tavolo, quasi faccia a faccia, in una sala con un pubblico scelto di “indecisi”. Curiosa la disposizione del conduttore, il giornalista Bob Schieffer, che dava le spalle agli spettatori.

“Charmant” e disinvolto come al solito Obama, con vivace cravatta rossa a righe che gli dava freschezza e spigliatezza. Pessima invece la cravatta da “vecchio” di McCain, blu con righe grigio-topo. Anche da seduto il senatore repubblicano appare molto rigido, muove le mani e le braccia come se fosse un pupazzo. Rimedia subito alla gaffe dell’altra volta, quando aveva chiamato Obama “quello lì” (that one) con una stucchevole ruffianeria dicendo “E’ bello rivedere Obama” (figuriamoci).

Il maggior difetto di McCain a mio avviso è l’essere troppo stizzoso: da uno della sua età e della sua esperienza ci si aspetterebbe maggior controllo, calma e riflessività. Invece è troppo aggressivo e sembra spesso un vecchio bilioso che non suscita troppo affidamento. Un altro errore è quello di attaccare troppo il suo rivale sul piano personale: in genere fa migliore impressione attaccare i ragionamenti piuttosto che il ragionatore. Agli elettori interessano poco le rivalità personali tra i due contendenti, preferiscono sentir parlare dei loro problemi e di come i candidati pensano di risolverli.

Obama è più abile a guardare in camera, anche se ogni tanto si dimentica di farlo. In uno studio televisivo ci sono molte telecamere, ciascuna con un compito preciso: primo piano di Obama, primo piano di McCain, primo piano del conduttore, poi inquadrature dei “totali”, campi medi eccetera. Ogni camera ha una piccola luce rossa che si accende quando il regista la manda “in onda”. Non è facile, mentre si dibatte con un avversario, seguire l’alternarsi della luce rossa che si accende da una camera all’altra (anche per le luci molto forti in studio). Quando si vuole parlare “direttamente” al telespettatore, bisogna fissare la camera in onda. McCain se ne dimentica spesso, nella foga guarda Obama o il conduttore.

Interessante osservare nei controcampi (l’inquadratura di chi ascolta) come si esprime il dissenso dell’avversario: McCain scrolla la testa o ha un ghigno sprezzante, Obama invece usa un largo sorriso. Funziona meglio il sorriso, secondo me. McCain prende spesso appunti su un quadernone, Obama no. Il non dover prendere appunti esprime in qualche modo la superiorità di chi ha una buona memoria.

Il dibattito ha avuto momento surreali, almeno per noi italiani, quando i due candidati hanno cercato di accattivarsi le simpatie di “Jo l’idraulico” (tirato in ballo parecchie volte e diventato una specie di celebrità), figura assai invisa dalle nostre parti, o quando promettevano “più sostegni ai vigili del fuoco”. Qualcosa di semplicemente incomprensibile in Italia visto che, dei vigili del fuoco, con rispetto parlando, non frega niente a nessuno (se non quando ci brucia la casa). Sarebbe assai bizzarro sentire Veltroni o Berlusconi in campagna elettorale fare promesse a idraulici e pompieri.

Per il resto normale amministrazione: McCain arruffone nei suoi attacchi disordinati e poco incisivi, Obama molto controllato, calmo e, anche in questo come nel primo e nel secondo dibattito, più “presidenziale”. Vince anche stavolta, senza strafare, questo terzo e ultimo confronto televisivo.

Obama vs. McCain

ottobre 8, 2008

Mi sono preso la briga stanotte di caricare la sveglia alle 3 di mattina (!) per vedere in diretta il confronto Obama-McCain su Rai News. Già questo piccolo fatto segna il divario di interesse tra la politica nostra e la loro: mai mi sarei alzato a quest’ora, neppure a pagamento, per vedere un confronto televisivo Berlusconi-Veltroni. La sola idea anzi mi fa venire l’orticaria.

Si è trattato del penultimo “scontro” tra i due candidati alla presidenza, prima di quello del 15 ottobre, in cui probabilmente si alzeranno ancora i toni, fini qui piuttosto sonnacchiosi. Anche in questo caso il termine “confronto” è apparso un po’ fuori luogo: i due candidati praticamente non si sono mai rivolti la parola, erano fisicamente vicini a pochi metri ma senza alcun scontro dialettico diretto.

La formula era quella di rispondere alla domande di una platea di selezionati spettatori e del conduttore. Il quale pare abbia ricevuto via mail 6 milioni di domande (!), delle quali ne sono state selezionate 6 o 7. Obama si è presentato fascinoso come al solito, sorridente, sicuro di sé, apparentemente rilassato (anche se ha bevuto diverse volte dal suo bicchiere d’acqua). McCain era più sciolto e meno controllato nell’eloquio, ma fisicamente molto rigido per via dell’età, costretto a muoversi a piccoli passettini.

La prima cosa che mi ha sorpreso è che entrambi i candidati reggevano un microfono, come se fossero dei presentatori. Una scelta incomprensibile, quasi nessuno oggi usa i microfoni a mano: entrambi, se non ho visto male, avevano anche il microfono a clip (lavalier) sul bavero. Siccome questi show elettorali sono studiati fin nei minimi dettagli, ho pensato che fosse una precisa scelta “estetica”: tenere in mano un microfono comporta una maggiore compostezza mentre si parla. Si gesticola di meno, e si elimina il problema di “dove tenere le mani“. Una mano in tasca può far sembrare disinvolto il candidato, ma anche superficiale. Una mano sul fianco può apparire indisponente, tenere incrociare le braccia dà un segnale di chiusura, tenere le mani dietro la schiena suscita diffidenza, tenerle lungo i fianchi invece può far sembrare troppo rigidi eccetera. Col microfono da tenere in mano, il “body-language”, il linguaggio del corpo, è più sotto controllo.

I due candidati avevano un piccolo tavolino per prendere appunti (una curiosità, entrambi sono mancini) e una specie di sgabellone. Saggiamente, nessuno dei due si è seduto. Anche la postura però denunciava la differenza di età: plasticamente appoggiato con eleganza Obama, quasi seduto invece, con le gambe giunte, McCain. Questi aveva buon gioco nel recitare la parte del buon padre di famiglia, dovuta più che altro ad una questione anagrafica, cercando di far pesare sul più giovane avversario una maggiore esperienza e (presunta) saggezza. In svantaggio fin qui nei sondaggi, il vecchio senatore repubblicano ha dovuto essere parecchio aggressivo nei confronti di Obama, ma i risultati sono sembrati modesti, a volte è sembrato più stizzoso che saggio. Obama pareva più posato, più autorevole, più “presidente”. Abbastanza comico quando ha dovuto ribattere, imbarazzato, ad una affermazione di McCain: “Non ho mai detto che voglio invadere il Pakistan”. Personalmente ho avuto un sussulto quando Barack ha detto, testuale, di voler “uccidere” Bin Laden. Un futuro presidente che ha nel programma quello di uccidere qualcuno, sorprende un po’, almeno noi italiani. Figuratevi se Berlusconi o Veltroni durante la campagna elettorale annunciassero di volere uccidere Amadinejahd!

A tratti il faccia a faccia francamente mi è sembrato una recita: entrambi i candidati erano attentissimi a non commettere passi falsi, a non fare gaffes, a mandare a memoria risposte evidentemente provate mille volte col proprio staff. Anche i tempi troppo ristretti, appena 2 minuti per le risposte, se da una parte agevolano la sintesi, dall’altra portano i candidati ad esprimersi per slogan. Come si fa a fare un ragionamento serio di politica estera, o di economia, in soli due minuti? E’ impossibile. Infatti la gran parte delle risposte è stata un noioso ribadire di concetti studiati a tavolino. Sui contenuti c’è poco da dire a mio parere, trattandosi appunto di pura propaganda e di generiche buone intenzioni.

E’ apparsa a tratti chiara la differenza tra la realtà italiana e quella americana. Noi ancora irrimediabilmente e incorreggibilmente ideologici (sinistra-destra eccetera), loro molto più pragmatici. L’economia, dopo il disastro delle banche e dell’economia USA, è al centro dell’attenzione di tutti, così come “l’assicurazione sanitaria” che per gli americani pare, a giudicare da domande e risposte nel dibattito televisivo, una vera ossessione.

A mio parere il confronto si è chiuso con un leggero vantaggio per Obama. La strada fino al 4 novembre, giorno del voto, è però ancora lunghissima e può succedere di tutto.

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Su Repubblica un’intervista a Saviano sul suo romanzo “Gomorra”.

Saviano, come è nato il caso Gomorra?
“La prima tiratura era di 5.000 copie (ora sono oltre 2 milioni nda), comprese le 500 per la stampa. Poi il passaggio televisivo da Daria Bignardi mi ha portato in classifica al decimo posto.

Mi pare l’ennesima prova: la televisione è ancora al centro dell’universo. Forse in Italia più che altrove. Senza la televisione, l’attuale premier Berlusconi non sarebbe nessuno. Una lunghissima serie di “importanti” personaggi pubblici, non sarebbe mai esistita senza la tv. Il giornalista Travaglio per dire, senza la famosa ospitata da Luttazzi sarebbe oggi un perfetto sconosciuto. La tv ha sfornato e sforna in continuazione personaggi a raffica: dai salotti di Costanzo a quelli di Vespa, dai reality in serie, si esiste solo se si va in tv. Per questo i politici sono sempre in televisione, e non hanno nessuna intenzione di mollare l’osso.

Del resto lo stesso Obama, che passa per colui che è diventato presidente per aver fatto la campagna elettorale su internet, in realtà ha poi usato la montagna di quattrini raccolti in rete per fare spot televisivi. Il tempo in cui la televisione non sarà più il centro del mondo, appare ancora lontano.

Vincitori e vinti

novembre 5, 2008

Quando è uscito sul palco di Chicago, Obama è apparso alla folla con un’espressione ben poco allegra: aveva anzi l’aria preoccupata, l’andatura lenta, il sorriso stanco. Forse per l’effetto “rilassamento” dopo la tensione di una campagna elettorale lunghissima che gli ha richiesto certamente una forza psicologica spaventosa. Forse un desiderio remoto e inconfessabile di fuggire da tutto quel baraccone, dopo aver raggiunto l’incredibile traguardo così strenuamente inseguito.

Ha fatto un buon discorso, in cui aleggiava non tanto la gioia della vittoria ma la preoccupazione per l’enorme responsabilità, per i problemi immani che dovrà affrontare. Dopo il discorso, mentre era applaudito dalla folla entusiasta, a un certo punto è sembrato quasi che Obama, esausto, volesse appoggiare il capo sulla spalla della moglie. Michelle gli ha fatto un materno e un po’ patetico “pat-pat” sulla schiena, quasi volesse dirgli: “Adesso sì che sei veramente nella merda vecchio mio”.

Grandissimo invece il discorso d’addio dello sconfitto McCain, un esempio perfino imbarazzante (per noi italiani beninteso) di signorilità, generosità, coraggio e lealtà. Non ha cercato scuse, giustificazioni, ha detto semplicemente: “Ho fallito io”. Ha riconosciuto la vittoria e il valore di Obama, il momento storico per gli afroamericani, ed ha invitato infine i repubblicani a sostenere il nuovo presidente. Vi immaginate Berlusconi al suo posto, che inveisce stizzoso e paonazzo contro l’ennesimo broglio dei comunisti?

Quanto a Obama, ora c’è da sperare soprattutto in due cose: che non l’ammazzino, che non faccia cazzate.

Chi è che diceva che la tv non serve per vincere le elezioni? Obama ha lanciato l’ultima offensiva mediatica alluvionando le tv americane con un mega spottone di mezzora (!). Una specie di documentario, fatto benissimo peraltro, dal titolo “Barack Obama: American Stories”, che racconta in sostanza la vita del candidato attraverso 4 storie americane (e un brivido è corso lungo la schiena all’idea che Berlusconi possa fare altrettanto).

Il documentario narra la vita di 4 famiglie “tipo” e raccoglie immagini, interviste, spezzoni di comizi: Obama fa da filo conduttore con la sua bella voce suadente. E’ astutamente ripreso in uno studio che ricorda lo studio ovale della Casa Bianca, con le vetrate sul giardino e la bandiera americana sullo sfondo, come a dire: “guardate come sto bene come presidente”.

Nelle tre ultime settimane della campagna elettorale, Obama ha martellato gli americani in tv con 140 mila spot, che messi in fila uno all’altro farebbero 53 giorni ininiterrotti di propaganda. Un’offensiva mediatica mai vista prima, realizzata grazie ad una raccolta fondi che ha toccato la stratosferica cifra di 600 milioni di dollari (e non miliardi come scrive Repubblica).

La sintesi di tutto questo è che per fare politica serve soprattutto il binomio soldi+tv. La cosa non mi piace molto ma questa è, purtroppo, la realtà.

Yes, they can

giugno 8, 2008

Obama ha vinto la corsa per la candidatura democratica. A me non piace troppo l’America, ma in questo caso devo dire che è davvero un grande paese. Un quasi signor nessuno di appena 46 anni, figlio di immigrati e per di più nero, si trova in corsa per diventare presidente degli Stati Uniti.

Dev’essere molto bello il clima di speranza e di cambiamento che aleggia in America, e che Obama ha saputo risvegliare con un’incredibile campagna elettorale. “Yes, we can” ha gridato Hillary Clinton cedendo le armi all’avversario, e ricompattando il partito democratico per la sfida finale con McCain.

Yes they can, loro possono. Se giriamo l’occhio in Italia invece viene la depressione, si ripiomba nel medioevo: un signore miliardario e ultrasettantenne, tra un malore e l’altro e un trapianto di capelli, mentre si genuflette al Papa spadroneggia nel paese. Il centrosinistra è letteralmentre sparito. Dov’è? Se si pensa a Veltroni e Rutelli che si stanno riorganizzando (?) dopo la batosta elettorale, vien da piangere. L’opposizione al Governo Berlusconi? Non pervenuta…