Che fine ha fatto UMTS?

maggio 2, 2007

Sembrava un radioso avvenire, quello dell’UMTS. E invece mi pare che tutto si sia ammosciato. Sulla carta, quando fecero la gara-farsa per le licenze, pareva interessante: connessione ovunque ad alta velocità, e forse addio per sempre al cavo, alla stramaledetta -e cara- linea fissa.

La realtà oggi mi pare ben diversa: la copertura al di fuori delle grandi città è scarsissima per non dire inesistente, la velocità altalenante, i prezzi per navigare in internet salatissimi.

Il futuro vero di UMTS, cioè l’uso serio, era la connessione a internet ovunque, non certo “vedere film” su uno schermino grande come una scatola di fiammiferi o farsi le videofonate addosso.

Io sono un digital diviso, mi connetto a internet col cellulare ma devo usare EDGE (un protocollo di trasmissione a metà strada tra il lentissimo GPRS e UMTS), che è fornito solo da TIM (alla faccia della concorrenza), casca in continuazione ed è quasi inusabile per un uso serio e multimediale. Va bene giusto per controllare la posta e navigare sul web, ovviamente senza esagerazioni perché se si sfora il bonus (e nessuno ti avvisa) arrivano staffilate da 6 euro a mb!

Ora si parla tanto del Wi-Max come di una panacea ma tutto procede a rilento. Si straparla anche dell’UMTS-2 (o HDSPA), il nuovo protocollo ancor più veloce, ma intanto restiamo tutti fermi al palo ad aspettare non si sa bene che.

L’impressione insomma è che, al solito, le tecnologie sono rese disponibili solo dopo che esse sono state piegate agli interessi dei gruppi economici che controllano il settore: le esigenze dei cittadini vengono sempre per ultime.

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8 Responses to “Che fine ha fatto UMTS?”


  1. fatti una maxi web :-)

  2. Grizzly Says:

    Non ci voleva molto. Si cominciava con il non fare la gara ad asta: si aumentava semplicemente di una piccola percentuale (chesso’ del 15%) il canone annuno per stazioni di trasmissione e si diceva all’operatore, chiaro e tondo: “Io Stato ti do la licenza GRATIS, te la consegno il giorno x-y e da quel giorno tu hai ESATTAMENTE due anni solari. Se allo scadere dei due anni non hai 1) sviluppato servizi in UMTS e 2) Sviluppato almeno un’offerta di accesso internet UMTS Flat a tuo piacimento… noi prendiamo la licenza e te la STRACCIAMO: puoi fare solo GSM e per concorrere nuovamente alla licenza aspetti altri cinque anni”
    Forse avrebbe spinto qualche operatore a fare investimenti in infrastrutture invece che in neolaureati della Bocconi che si inventano modi per spillare qualche altro centesimo al giorno a tutti i clienti.

  3. aghost Says:

    antonio già fatto, e non sai quandi soldi mi hanno ciulato. E poi il servizio di tim (maxi web facile) fa veramente schifo.

  4. aghost Says:

    grizzly appunto, ma già l’asta UMTS è stata la solita farsa all’italiana coi soliti noti che si sono accaparrati le licenze.

    Come ricorderai tra l’altro ci furono molte polemiche, con un ritiro molto sospetto e i “concorrenti” che in realtà non fecero nessuna asta seria perché le licenze disponibili erano esattamente lo stesso numero dei concorrenti.

  5. aghost Says:

    per non dimenticare :)

    Il grande Bluff
    LE CARTE SEGRETE DELL’ASTA UMTS
    La lotta tra Benetton e British Telecom. Il doppio gioco di Eni e Bnl. Gli inglesi che si offrono di pagare per Mediaset. E la licenza che i soci valutano 12 mila miliardi. Tre volte più del governo
    di Francesco Bonazzi, Peter Gomez, Marco Lillo

    da L’Espressoedit

    L’ultimo schiaffo arriva via fax dalla Perfida Albione 45 minuti dopo la mezzanotte di domenica 22 ottobre. A quell’ora la gara dell’Umts e’ gia’ sospesa da due giorni. In serata l’assemblea dei soci di Blu si è chiusasa con un nulla di fatto. E nessuno è in grado di dire se il consorzio formato da British Telecom, Mediaset, Bnl, Distacom, Caltagirone, Italgas e Autostrade-Benetton andrà avanti nell’asta del supertelefonino. All’improvviso il fax di Autostrade sforna il testo del contratto con il quale British Telecom umilia la famiglia Benetton che controlla la società Autostrade. Tutti i soci di Blu che fanno parte anche del consorzio telefonico Albacom si sono accordati in segreto contro Autostrade. Gli inglesi sono riusciti a tirare dalla propria parte tutti i partner minori – tranne Caltagirone – concedendo loro quello che per mesi avevano promesso ad Autostrade: la possibilità di uscire dalla società con una bella plusvalenza. «Bt, Mediaset, Bnl, Distacom ritengono che tutti i soci di Blu debbano impegnarsi, pro quota, a garantire a Blu i fondi necessari per proseguire i rilanci», si legge nella lettera. Sembra una frase di routine. In realtà significa che i Benetton con il loro 41 per cento della società sono stati messi in minoranza. Dovranno pagare la licenza più di tutti contando meno degli altri senza nessuna possibilità di vendere.

    Ma non basta. A qualcuno Bt ha garantito un premio fedeltà. A pagare i rilanci per Mediaset saranno gli inglesi. Il fax conferma che la somma necessaria «è messa a disposizione da British Telecom in vece sua». Autostrade ha sette ore per rispondere.

    È questa la pietra tombale su un’avventura iniziata male e finita peggio. “L’Espresso” è in grado di ricostruire giorno per giorno la vera storia del suicidio di Blu sulla base di documenti inediti ora sequestrati dalla Guardia di finanza su ordine della Procura di Roma, dell’Antitrust e della Corte dei Conti. Carte piene di sorprese. Italgas, controllata dal Tesoro, che con una mano chiede di dare l’allarme al ministro delle Comunicazioni sul futuro dell’asta e con l’altra tratta con gli inglesi per ottenere le stesse condizioni riservate a Mediaset. Autostrade che agita il fantasma di un ricchissimo acquirente, con ogni probabilità Deutsche Telekom, per convincere Bt a chiudere la trattativa. Tre prestigiose banche d’affari straniere che forniscono stime diverse sul valore di Blu. E soprattutto la disponibilità dei soci a pagare 12 mila miliardi di lire quella stessa licenza Umts che il governo è riuscito a vendere per 4.700 miliardi.

    Soci per caso

    Davanti a quel fax la sorpre -sa di Vito Gamberale, amministratore delegato di Autostrade, è doppia. Per mesi, British Telecom aveva trattato con la società dei Benetton per acquistarne la partecipazione in Blu. Il giorno prima dell’asta l’accordo sembrava fatto. Autostrade pensava di avere ottenuto finalmente il diritto di uscire da questo costoso affare imbastito dal precedente azionista pubblico. La costituzione del consorzio Blu risale infatti al 1999, quando Autostrade era ancora dell’Iri e a guidarla era già Elia Valori. Dalla gestione pubblica, oltre al presidente, il re dei golfini eredita anche un patto di sindacato che richiede la maggioranza dell’80 per cento per deliberare sulle scelte strategiche. Non solo. A far la parte del leone sui poteri non sono i Benetton con il loro 41 per cento, ma è il socio tecnologico Bt con il suo semplice 20 per cento. Per mesi Gamberale, nominato ad aprile, cerca di riequilibrare la situazione ponendo al numero uno di Bt, Sir Peter Bonfield, un aut-aut: più soldi o meno poteri.

    Ok il prezzo è doppio

    Il 14 settembre British Telecom fa la sua prima offerta: 540 miliardi di lire per il 12 per cento di Blu, valutata nel complesso 4.500 miliardi. Una miseria per Autostrade che una settimana dopo propone quasi il doppio: 8.700 miliardi. Troppo per Bt che il 26 settembre convoca una riunione con i vertici di Autostrade. In quella sede per la prima volta Bt ufficializza il suo budget per il supertelefonino italiano e valuta Blu 4.800 miliardi di lire se la licenza ne costerà 12.000. Mentre nell’ipotesi, che allora sembrava ottimistica, di un costo della licenza pari a 10.000 miliardi, il valore di Blu saliva a 5.600 miliardi. Quindi anche il concorrente più recalcitrante ad entrare in gara stimava equo un introito complessivo di 50.000 miliardi per le 5 licenze messe in palio dal Governo.

    Intanto entra in gioco Francesco Gaetano Caltagirone. L’editore del “Messaggero” è l’unico a schierarsi con Autostrade e in premio ottiene l’inserimento nella trattativa con gli stessi diritti dei soci veneti. Comunque resta da risolvere un problema non secondario: il prezzo. I due contendenti si affidano alle banche d’affari Goldman Sachs e Lazard che nel giro di 24 ore danno il loro responso. Per i francesi Blu vale 5.400-5.800 miliardi, mentre per gli americani la valutazione si situa in un range compreso tra i 3.800 e i 4.800 miliardi.

    In questa fase della trattativa c’è un convitato di pietra che influenza le mosse dei due contendenti. Autostrade chiede a Bt di uscire per fare spazio a un terzo acquirente. In quei giorni il nome che circola tra i soci è di quelli che fanno paura: Deutsche Telekom, nemico giurato dei britannici che infatti rifiutano le avances. Per uscire dallo stallo si ricorre al responso di una terza banca: Morgan Stanley. A proporla è British Telecom che si impegna a vendere al prezzo stabilito dai consulenti americani. Ma a sorpresa il 30 settembre Morgan Stanley sembra dare ragione alle pretese dei veneti valutando Blu tra un minimo di 5.600 e un massimo di 6.200 miliardi. L’affare per Autostrade è fatto. Il 5 ottobre i legali delle due società stilano una prima bozza di accordo mentre i soci decidono di partecipare all’asta. Ma il giorno dopo da Londra arriva una doccia fredda. I manager della società dicono: aspettiamo ordini dal nostro Cda. Il 9 ottobre, con gli assetti di Blu ancora in alto mare, il consorzio presenta la fideiussione obbligatoria da 4.000 miliardi di lire.

    Al Tesoro non far sapere

    Solo a questo punto, quando ormai non si può più tornare indietro, Londra cambia atteggiamento. Prima chiede di modificare il patto di sindacato, poi fissa un incontro urgente con i vertici di Autostrade. L’11 ottobre è il momento dell’outing: signori – spiega Bt – non abbiamo abbastanza soldi per comprare le quote di tutti i soci.

    Gamberale teme la mala parata e scrive al suo presidente Valori e all’amministratore delegato di Blu, Enrico Casini, per dire: attenzione bisogna avvertire il Governo. Qui mancano le risorse, la gara è a rischio. Valori non si tiene il cerino in mano più di un giorno. Il 14 invia l’ormai famosa lettera di allarme al ministro Cardinale. Ma gli inglesi gettano acqua sul fuoco. E come racconterà il presidente del Consiglio Giuliano Amato, si fanno vivi col Governo per dire: tutto a posto, andiamo avanti per vincere.

    All’interno del cosorzio tutti sanno che in realtà i problemi sono tutt’altro che risolti. E anche il ministero del Tesoro potrebbe saperlo se solo le controllate Bnl e Italgas si degnassero di riferire. E invece il 16 e il 18 ottobre Iltalgas scrive ai soci di Blu affidando all’amministratore delegato di Blu Casini il compito di informare Cardinale. Con le spalle così poco coperte, il 17 ottobre il ministro del Tesoro Vincenzo Visco dichiara: «La gara ci sarà e sarà gara vera». È solo l’ultimo capitolo della sorda guerra che da mesi divide dall’esecutivo l’amministratore delegato dell’Eni, Vittorio Mincato. Il manager, considerato dal Governo ormai molto vicino ad Alleanza nazionale, da metà settembre non parla più nemmeno per telefono con Visco e con il ministro dell’Industria Enrico Letta.

    Il colpo gobbo di Mediaset

    Giovedì 19 ottobre è il D-day. Alle due del pomeriggio parte l’asta, alle tre ci sono i primi rilanci. Ma prima succede di tutto. Il consiglio di amministrazione di Blu, riu-nito dalle 21 di mercoledì, decide di andare avanti mentre i legali di Bt e Autostrade continuano a lavorare sulla bozza del contratto che fino alla mattina del 19 sembrava a portata di mano. C’è accordo persino sul prezzo di Blu, valutata 5.600 miliardi. Ma a mezzogiorno, due ore prima dell’asta, tutto precipita. Bt comunica ad Autostrade di aver riconosciuto a tutti i soci minori – eccetto Caltagirone – quello che le aveva promesso per mesi. Saranno Mediaset (con una quota del 9 per cento), Italgas (7 per cento), Bnl (7 per cento) e Distacom (9 per cento) a poter vendere i loro pacchetti alla valutazione di 5.600 miliardi. Mentre Autostrade è condannata a restare nella società con tanti investimenti e poco potere. Ben diversa la situazione di Bt e degli altri soci. I britannici – grazie alla lunga trattativa – hanno evitato che Deutsche Telekom entrasse in Italia grazie a Blu. Bnl e Italgas possono scendere quando vogliono e Mediaset resta addirittura in gioco senza pagare il biglietto. Senza contare il dividendo politico incassato con il fallimento dell’asta dal suo azionista di riferimento Silvio Berlusconi. Non solo, se per Benetton l’avventura dell’Umts è finita. Per gli altri soci potrebbe ricominciare. Bt, Bnl, Mediaset e l’Eni compongono il nocciolo duro di Albacom e nessuna legge vieta loro un ritorno in campo con un’altra casacca. In fondo un’alleanza di Albacom con uno dei cinque consorzi vincitori sarebbe una scelta strategica sensata.

    (11.09.2000)

  6. MFP Says:

    Aghost, qualche tempo fa me ne andavo in giro a chiedere ad amici e conoscenti: “Un grande liet motiv iniziato qualche decennio fa ci diceva che la tecnologia ci avrebbe fatto risparmiare tempo. Seguendo questo principio, considerando che mio nonno produceva un’automobile al mese, mio padre grazie alla tecnologia poteva produrre un’automobile a settimana, io con tecnologia ancora migliore posso produrre un’automobile al mese… perchè non guadagno 30 volte quello che guadagna mio nonno o, in alternativa, non mi basta lavorare 1 solo giorno al mese per portare a casa la pagnotta?”

    La risposta più divertente è stata grossomodo: “perchè oggi puoi fare tante cose che 50 anni fa non potevi fare… un esempio stupido delle cose che oggi puoi fare: potresti prendere un gps, metterti su un catamarano e solcare i mari sapendo in qualsiasi momento dove sei e dove vuoi/puoi andare”. Allorchè io ho chiesto… “ma perchè, tu quanti giorni l’anno passi a veleggiare felice in mezzo al mare?” (e l’interlocutore è un architetto benestante)

    Insomma, l’umts in teoria potrebbe fare tante cose… così come il wimax… e qualsiasi altra tecnologia… il problema però è che i benefici della tecnologia non sono distribuiti! Tutta l’innovazione, lo sviluppo, la monetizzazione, di ogni singolo progresso tecnologico, è appannaggio sempre dei soliti centri di potere. Viene cioè lottizzata e spartita tra pochi intimi, prima ancora che le masse possano conoscerne l’esistenza…
    Per questo nonostante la possibilità di produrre di più di 50 anni fa, per poter portare a casa la pagnotta dobbiamo comunque lavorare come somari… Paradosso liberale: “situazioni in cui al più un solo individuo ha garanzia dei suoi diritti”. Uno beneficia della tecnologia grazie agli altri che gliela pagano… è per questo che “non si risparmia tempo” (risparmiare tempo che vuol dire? Fare la stessa quantità di cose, lavoro/traffico/responsabilità sociale/etc in meno tempo).


  7. […] siamo invece oramai certi che, come fu per l’UMTS, anche il WiMax sarà letteralmente castrato in barba a qualsiasi principio di pragmatismo, […]


  8. […] siamo invece oramai certi che, come fu per l’UMTS, anche il WiMax sarà letteralmente castrato in barba a qualsiasi principio di pragmatismo, […]


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